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30
Mag
08

Biopic a confronto

CarnreatwmComunque ho capito perche’ mi faccio fregare da biopic melensi come La via en rose e Carnera The walking mountain dai quali esco disgustata: sono attratta dalla curiosita’ di vedere una rappresentazione del mondo del cinema, ma se nella vita di Edith Piaf Yves Montand veniva nominato en passant, della attivita’ cinematografica di Primo Carnera il biopic firmato Renzo Martinelli non fa nessuna menzione, al regista interessa solo mostrare un’orgogliosa agiografia del sentimento di sacrificio e sopportazione del migrante, dal film non sono riuscita a farmi un’idea sulla figura di Carnera, se fosse davvero uno sportivo o solo un fenomeno da baraccone, data la mole, messo sul ring per attirare il pubblico,  ma potrebbe essere colpa mia: ero troppo sconvolta nel vedere Burt Young nei panni del secondo a bordo ring, esattamente come in Rocky e la sfacciataggine di mettere un personaggio cosi’ identificativo di una saga pugilistica (era lo zio Paulie) in un altro film di box continua a perplimermi alquanto.

La recensione completa del film e’ su ImpattoSonoro tornato piu’ bello e piu’ superbo che pria



Mongol

Discorso differente per Mongol, epica ricostruzione della prima parte della vita di Temudjin, divenuto Gengis Khan.

Ho scelto di vederlo per compensare il fatto di essermi persa la mostra Gengis Khan e il tesoro dei mongoli alla Casa dei Carresi di Treviso, e  il film si e’ dimostrato interessante nella ricostruzione della vita dei nomadi tagiki, con paesaggi mozzafiato che da soli valgono il prezzo del biglietto.

Mongol non ha ambizioni di ricostruzione storica, attinge direttamente alla mitologia sorta intorno alla figura carismatica di Gengis Khan, condendolo con epiche scene di battaglia ma soprattutto con la romantica storia d’amore con Borte, moglie scelta a nove anni e amata per sempre; dalla pellicola emerge la figura di un leader generoso e saggio, ben diverso dallo stereotipo sanguinario dell’immaginario occidentale.

Mi e’ parso di scorgere tra le intenzioni della pellicola proprio  un messaggio  di comunione culturale   tra Europa e Asia: il film si apre sul volto di Temudjin che emerge dal buio e la pelle butterata, gli occhi socchiusi  mi hanno ricordato la maschera funebre degli Atridi, e la prima guerra che Temudjin scatena contro la tribu’ che gli ha rapito la moglie, in fondo  ha le stesse motivazioni della guerra di Troia. D’altro canto, le avventure di Borte che non esita a concedersi a diversi amanti pur di ricongiungersi con l’amato Temudjin, ne fanno una sorta di Angelica della steppa.

Si vocifera che questo sia  il primo capitolo di una trilogia che dovrebbe ripercorrere l’intera vita di Gengis Khan, io aspetto fiduciosa.

25
Nov
09

La vie en rose

Lavieenrose_2 La prima cosa da dire e’ che il titolo originale e’ La mome (la ragazzina, la piccolina) e non La vie en rose, ci tengo a sottolinearlo perche’, se uscendo dalla sala dopo aver visto il film, l’occhio cade sulla locandina, si nota il la sadica ironia che nasconde questo titolo, dati i momenti della vita di Edith Piaf che il regista ha scelto di raccontare e cioe’ la tragica infanzia, la tragica morte del suo grande amore e la devastante agonia degli ultimi anni. Di Yves Montand si sussurra solo il nome verso la fine, come avviene per Cocteau, degli altri artisti con cui la Piaf ebbe collaborazioni e del suo peso sulla cultura del Novecento si sorvola bellamente, per cui se una persona si approcciasse per la prima volta a Edith Piaf tramite questo film, potrebbe pensare che la Piaf sia una Mina d’Oltralpe, molto piu’ sfigata della nostra tigre di Cremona, ma forse sono io che parto da un presupposto sbagliato: che il genere biografico, che difficilmente offre opere di grande qualita’, abbia un intrinseco intento pedagogico, un po’ l’equivalente delle pitture nelle chiese medievale, le cosiddette, “Bibbie per i poveri”; invece il successo del genere biografico deriva principalmente dal piacere di vedere quanto un attore riesce nell’opera di immedesimazione con il protagonista, imitandolo alla perfezione e in questo La vie en rose centra l’obbiettivo e da qui derivano le critiche piu’ che positive che l’hanno accompagnato in sala.
Personalmente lo trovo un film pessimo, non solo per aver completamente messo da parte la componente intellettuale dell’esistenza della Piaf ma anche per il modo in cui e’ stato raccontato il film, con una morbosa attenzione ai dettagli piu’ lacrimevoli della vita della cantante che rendono il lavoro stucchevole ed irritante quanto un servizio de La vita in diretta: la commozione non scatta mai e il cumulo di episodi tragici e‘ tale che ogni volta che inizia un nuovo capitolo si teme che l’inquadratura seguente porti morte e stridor di denti: angosciante!
Dovrebbero consolare le canzoni della potente voce della Piaf ma a parte qualche rara esibizione originale tutte le canzoni sono state ricantante da una cantante che imita fedelmente l’artista, pero’ assicuratevi di vedere questo film in una sala che sapete avere una buona acustica: i gorgheggi a piena voce durano quanto il film e non vengono troppo sfumati durante i dialoghi per cui l’emicrania e’ assicurata, e’ d’uopo fare un’operazione di disinquinamento acustico leggendo tutti i titoli di testa che sono accompagnati da un semplice sottofondo musicale, oltre a riavervi, sara’ l’unico modo per sapere, in questo film, che la Piaf e’ anche autrice di gran parte dei suoi successi.